Draghi, la cittadinanza a Patrick Zaki non è un "fuori sacco". E al-Sisi non è meno dittatore di Erdogan

Quel “fuori sacco” è stato molto più di una caduta di stile. E questo non è accettabile neanche da chi è stato assurto, da una compiacente stampa mainstream, come il salvatore della patria.

Patrick Zaki

Patrick Zaki

Umberto De Giovannangeli 17 aprile 2021

No, caro Presidente Draghi, così non va. Quel “fuori sacco” è stato molto più di una caduta di stile. Qualcosa di più preoccupante: uno scaricabarile. E questo non è accettabile neanche da chi è stato assurto, da una compiacente stampa mainstream, come il salvatore della patria. Perché, vede, Presidente Draghi, in ballo c’è il futuro, la vita stessa, di un giovane universitario che ha scelto l’Italia, Bologna, come sua seconda “casa”. Questo giovane studioso si chiama Patrick Zaki. Giovane, studioso, come lo era Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso da uomini dei servizi di sicurezza egiziani.

 

Scaricabarile

Lei, signor Presidente, è stato coraggioso, e Globalist gliene ha dato atto, nel qualificare Recep Tayyp Erdogan come un “dittatore”. Semmai, sarebbe stato il caso di definirlo, e trattarlo, così molto prima, ma di questo Lei non ha colpa, cosa che non si può certo dire per il suo ministro degli Esteri, che a quel posto c’era anche con il precedente esecutivo. Il ministro Di Maio era titolare della Farnesina o, ancor prima vice presidente del Consiglio nel Conte I, quando Erdogan imprigionava giornalisti indipendenti, faceva arrestare, a migliaia, attivisti e avvocati per i diritti umani, blogger, insegnanti, docenti universitari, tutti accusati di “attentato alla sicurezza dello Stato”. E il ministro Di Maio c’era quando l’esercito turco, affiancato da feroci miliziani qaedisti, invadeva il Rojava e iniziava la pulizia etnica dei curdi siriani. Il capo della diplomazia italiana, e con lui l’allora presidente del Consiglio, si sono ben guardati da alzare la voce e pronunciare la parola “dittatore”, Lei lo ha fatto, ed è stato coraggioso.

Ma con al-Sisi è un’altra storia. Il presidente golpista (perché, le vorremmo ricordare che al-Sisi sale al potere con un putsch militare contro un presidente liberamente eletto, Mohammed Morsi, prima defenestrato e poi fatto morire in carcere) sembra intoccabile, anche a parole. E così non va.

Noi abbiamo troppo rispetto per la sua intelligenza, anche politica, per passare sopra la sua affermazione per cui quella della concessione della cittadinanza italiana a Patrick Zaki è “un’iniziativa parlamentare in cui il governo al momento non è coinvolto”.

 

Questo sa molto di scaricabarile. Le parole del premier sulla richiesta del Senato, attraverso un ordine del giorno bipartisan, sulla concessione della cittadinanza al ricercatore che studiava in Italia e da un anno si trova in carcere in Egitto hanno provocato la protesta di associazioni e parlamentari. Critiche sono piovute da Pd, M5S, Sinistra Italiana e Forza Italia. Oltre ad Amnesty International che parla di un brutto segnale ad appena 48 ore dal voto di Palazzo Madama: “Veramente il governo in aula al Senato si è impegnato, con tutte le riserve del caso ma si è impegnato… Già durante la discussione all’interno del Senato, in qualche modo erano state messe un po’ le mani avanti, qui si mettono le mani avanti dieci volte. Se il governo si tira indietro dopo due giorni è un brutto segnale francamente”, commenta il portavoce per l’Italia Riccardo Noury.

“Il Parlamento ha dato un gesto importante con l'unanimità. Ora chiediamo al governo di dare seguito a questa decisione". Lo ha dichiarato il segretario del Pd, Enrico Letta, durante l'assemblea del partito in videoconferenza.

Un’affermazione importante, quella del segretario dem. Ad ascoltarlo c’era anche la vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale, Marina Sereni. Rappresentando il governo nel dibattito al Senato, la vice ministra ha sostenuto che il riconoscimento della cittadinanza italiana a Patrick poteva addirittura essere “controproducente” per il giovane universitario...

 Critici verso l’uscita del premier anche diversi parlamentari dem.. Ad iniziare da Francesco Verducci, primo firmatario dell’ordine del giorno: “Il voto del Senato ‘impegna il Governo ad avviare tempestivamente le necessarie verifiche al fine di conferire a Patrick Zaki la cittadinanza italiana’. Così è scritto testualmente nell’atto approvato. Quello del Senato è stato un voto a larghissima maggioranza, l’ordine del giorno che impegna il Governo ad attivarsi per il conferimento a Zaki della cittadinanza italiana reca le firme della senatrice a vita Liliana Segre e della quasi totalità dei gruppi parlamentari.

“A una domanda sulla cittadinanza italiana a Patrick Zaki, il presidente del Consiglio ha risposto che è una iniziativa parlamentare. Che, però, chiede al governo di fare la sua parte, aggiungo io. E spero che il governo sarà conseguente alla richiesta del Senato”, twitta il deputato Filippo Sensi. Mentre il senatore Tommaso Nannicini sottolinea che “in verità su Zaki il Senato ha impegnato proprio il governo a ‘intraprendere con urgenza’ l’iter perché gli sia riconosciuta la cittadinanza italiana, dato che la legge stabilisce che lo si può fare con un decreto del Presidente della Repubblica “previa deliberazione del Consiglio dei Ministri”. “Se il governo non pensa di dar seguito all’indirizzo del Senato abbiamo un problema. A Roma, non a Houston”, aggiunge Nannicini.. “Spero ci sarà più attenzione per le iniziative del Parlamento, apparentemente oggi derubricate alla voce varie ed eventuali‘”, commenta Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera e deputato del Movimento 5 Stelle. “Spiace che il presidente Draghi sembri prendere le distanze dalla vicenda di Patrick Zaki e dal Parlamento. Ricordo infatti al presidente che è stato votato nell’aula del Senato un ordine del giorno che conteneva precisi impegni che lo coinvolgono direttamente. Tra questi, oltre alla cittadinanza, anche l’applicazione degli strumenti della convenzione Onu contro la tortura del 1984 e quello relativo al farsi portatore e promotore della cultura del rispetto dei diritti umani in consessi internazionali quali il prossimo G7″, dice la senatrice del M5S, Michela Montevecchi, prima firmataria della mozione per l’attivazione della Convenzione Onu contro la tortura confluita nell’ordine del giorno approvato al Senato mercoledì scorso. “Ci aspettiamo, dunque, che si dia seguito agli impegni assunti, in considerazione del fatto – aggiunge – che nel caso di Patrick parliamo di un giovane studente che da quasi 15 lunghi mesi è in attesa di un processo e che i diritti umani non sono negoziabili”. Di “sciocchezza” di Draghi parla il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: “Il voto del Senato sulla mozione impegna il governo su 5 punti a partire dal conferimento della cittadinanza italiana”. “Non voglio neanche per un momento pensare – conclude Fratoianni – che all’interno della maggioranza che sostiene questo governo, si sia voluto fare solo un po’ di propaganda sul dramma che sta vivendo il giovane universitario incarcerato ingiustamente”. Spera in uno scivolone del premier Erasmo Palazzotto di LeU: “Altrimenti dovremmo pensare che ha confuso il rapporto tra poteri dello Stato”, osserva. E quindi rilancia: “È l’occasione per accelerare l’iter per il riconoscimento della cittadinanza e assumere un ruolo più deciso nella richiesta di liberazione”.

Anche Forza Italia ricorda che il governo “aveva dato parere favorevole alla richiesta di concedere la cittadinanza italiana” a Zaki “ma in varie dichiarazioni in aula è emersa la prevalenza del significato simbolico di questa mozione rispetto all’atto stesso, che poco cambierebbe la situazione dal punto di vista giuridico e che potrebbe mettere in difficoltà il giovane Patrick, visto che trovo difficile che le autorità egiziane possano cedere a questo”, dice il vicepresidente vicario di Forza Italia al Senato, Lucio Malan. “Sicuramente speriamo che anche le pressioni esterne – conclude – possano portare a un atteggiamento migliore nei confronti dello studente egiziano, che non sarebbe l’unico italiano in carcere all’estero”.

L’esempio di Liliana Segre

 La senatrice a vita si è presentata in Senato per la discussione sul provvedimento: “Ho firmato la mozione con profonda convinzione - ha dichiarato Liliana Segre -  Sarò presente in aula per appoggiare il provvedimento e chiedere la liberazione di Zaki. La sua detenzione senza processo è una violazione clamorosa dei diritti umani e civili». L'Italia, aggiunge, “deve fare il possibile per ottenere la liberazione di Patrick Zaki, a partire dalla concessione immediata della cittadinanza”.  

“C'è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare - ha sottolineato Segre - ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l'ho provato anch'io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà». «Ricordo - ha aggiunto - cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra e qualcuno entri e ti faccia o ti dica qualcosa che ti possa far soffrire ancora di più”.

La senatrice a vita, testimone del dramma della Shoah, ha 90 anni e a causa dell’emergenza sanitaria ha ridotto le sue partecipazioni ai lavori parlamentari, ma oggi ha deciso di partire da Milano per andare in Parlamento ed esprimersi a favore. La risposta dei firmatari della petizione online "Station to Station" su Change.org, che ha raccolto 200.000 firmatari, non si è fatta attendere: ”Con l'approvazione il Parlamento si è assunto un'importante responsabilità dando ascolto alle voci di 200mila cittadini che in questi mesi hanno levato le proprie voci per Zaki. Noi continueremo a lottare affinché Patrick possa diventare cittadino italiano”.

La “commessa del secolo”

Scrive su Osservatoriodiritti.it Giorgio Beretta, esponente di Rete Italiana Pace e Disarmo, tra i più autorevoli analisti in questo campo: “La chiamano già la ‘commessa del secolo’.  Un affare da 9 miliardi di euro per rifornire gli autocrati golpisti del Cairo dei più moderni sistemi militari italiani. Compresi quelli «non cedibili all’estero, pena la diffusione sostanziale di segreti e tecnologie militari nazionali», spiegano fonti ben informate.

C’è dentro tutto l’arsenale bellico del tanto declamato Made in Italy: due fregate multiruolo Fremm destinate alla Marina miliare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), ma anche altre quattro navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra, che farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani. È l’astuta “mossa del cavallo” del faraone del Cairo. Quella che, con uno spostamento a elle sulla scacchiera, gli permette di liberarsi di un impiccio e di uscire da una situazione critica. L’impiccio per il Cairo è – come noto – l’inchiesta dei magistrati italiani sull’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso in Egitto e sulla cui morte le autorità egiziane non hanno mai contribuito a fare chiarezza. La situazione critica è quella del riverbero internazionale delle terribili condizioni, dal carcere alle torture, in cui riversano in Egitto gli oppositori politici, giornalisti, sindacalisti, universitari, difensori dei diritti umani: non ultimo Patrick Zaki. 

Con una sola mossa (l’acquisto di sistemi militari italiani) – aggiunge Beretta -  il presidente al -Sisi mira non solo a fare tabula rasa delle rimostranze per la gestione del caso Regeni, ma soprattutto intende accreditarsi agli occhi dell’Italia come un partner affidabile e rispettoso dei diritti umani: quale Paese venderebbe mai un intero arsenale militare ad un autocrate che permette l’assassinio di un suo cittadino? Tanto più quanto questo Paese ha tra le sue leggi quella che vieta espressamente di esportare armi a nazioni «i cui governi sono responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”?

Desaparecidos

Nell’Egitto di al-Sisi i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni).   Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre  60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all’ombra delle Piramidi. 

L’inferno all’ombra delle Piramidi

Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento. Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International. Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori”, denuncia Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l’Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori”, sottolinea Bounaim.

Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marzialeinterrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di “confessioni” estorte con la tortura dopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.

Sulla base del diritto internazionale, il carcere dev’essere solo l’ultima opzione per i minorenni. Sia la legge egiziana che le norme internazionali prevedono che i minorenni debbano essere processati da tribunali minorili. Tuttavia, in Egitto ragazzi dai 15 anni in su vengono processati insieme agli adulti, a volte persino in corte marziale e nei tribunali per la sicurezza dello Stato. Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza.  Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.

Ecco Presidente Draghi, questo è l’Egitto sotto il faraone-presidente. Alzare la voce contro questo scempio, porre fine alla vendita di armi a questo Stato di polizia, esigere verità e giustizia per Giulio Regeni, dare a Patrick Zaki la cittadinanza italiana, tutto questo non è “fuori sacco”. La giustizia, il rispetto dei diritti umani, non sono un optional. 

Ora ci attendiamo una correzione di linea da parte del governo da Lei presieduto. Si faccia parte attiva nell’accelerare l’iter della cittadinanza, e se in conferenza stampa le verrà chiesto cosa pensi di Abdel Fattah al-Sisi, usi lo stesso termine appioppato, con mille ragioni, a Recep Tayyp Erdogan. Quanto a “dittatura”, ci creda, quella instaurata in Egitto non è seconda al regime del “Dittatore” di Ankara.