La Libia, Di Maio e la diplomazia del "cappello in mano"

Il grillino non è un bullo alla Salvini. Ma tra la politica del bullo e quella del cappello in mano, deve e può esserci una via di mezzo

Di Maio

Di Maio

Umberto De Giovannangeli 16 ottobre 2020

l Ministro col cappello in mano. E’ insediato alla Farnesina. E il suo nome è Luigi Di Maio. Sia chiaro, a scanso di equivoci: un buon ministro degli Esteri non è un bullo, alla Salvini tanto per non fare nomi, che pensa che basti battere i pugni sul tavolo (soprattutto mediatico) per ottenere ascolto a Bruxelles o in qualsiasi altra istituzione internazionale. Ma tra la politica del bullo e quella del cappello in mano, deve e può esserci una via di mezzo: quella della serietà, della determinazione, della competenza e, se da buono si vuole passare a ottimo, l’abilità di tessere relazioni personali che prossino fruttare quando si deve decidere sui dossier più caldi. Tutte qualità che, ahinoi, mancano completamente al giovane ministro. Una riprova la si è avuta ieri, quando Di Maio è stato impegnato al Senato, nel question time dedicato alla vicenda dei pescatori italiani da un mese e mezzo nelle mani dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar.

Col cappello in mano

"La delicatezza del contesto ci richiede di perseguire l'obiettivo di riportare i 18 marittimi italiani detenuti in Libia senza iniziative clamorose o di propaganda, ma con quel basso profilo che vicende del genere richiedono", sostiene Di Maio.  "Il nostro corpo diplomatico e l'intelligence esterna sono al lavoro. Il low profile della Farnesina è segno di responsabilità, puntualizza.

Ma questo low rischia di essere underground.

Il titolare della Farnesina ha dichiarato anche di avere ricevuto assicurazioni di Emirati arabi e Russia per il rilascio dei pescatori dal loro protetto Haftar. Di Maio è andato con il cappello in mano a Mosca a chiedere al ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, vecchio volpone della diplomazia, di intervenire, subito dopo le sanzioni della Ue alla Russia per il caso dell'oppositore avvelenato Navalny. Peccato che l'Italia abbia votato a favore delle nuove sanzioni che colpiscono fedelissimi del presidente Vladimir Putin, cioè l'uomo che può convincere Haftar a liberare i pescatori.

E le case non buttano meglio a Bruxelles.  Il 30 settembre è scaduto il mandato al vertice di Eubam Libia di Vincenzo Tagliaferri. Una missione sul controllo dei confini libici che ci interessa per il problema dei migranti. Al suo posto doveva essere nominata un'altra italiana, Natalina Cea, ma la selezione è stata annullata e si rifarà il 2 novembre. Dietro si intravede lo zampino dei francesi, ma altrettanto grave è l'incertezza sulla nomina che spetta direttamente a Borrell del nuovo capo del Centro di intelligence della Ue. Nella terna c'è l'italiano, Ferruccio Migani, ma pure un croato che non ha neanche i titoli. L'entourage di Borrell ha fatto sapere alla nostra rappresentanza guidata dall'ambasciatore Maurizio Massari: “Vi eravate abituati male con la Mogherini, che aveva italianizzato il servizio esteri della Ue”.

Ricatti e depistaggi

Quella dei pescatori sequestrati è una storia di ricattti, ripicche e depistaggi raccontata, con la consueta perizia documentale, da Nello Scavo su Avvenire: “L’Italia, a quanto risulta da varie fonti, ha cercato di riportare il generale a più miti consigli coinvolgendo il triumvirato che ha sostenuto Haftar in questi anni: Russia, Egitto ed Emirati Arabi. Negli ultimi mesi, però, proprio questi Paesi hanno mostrato insofferenza nei confronti del 'maresciallo', incapace di completare l’assedio su Tripoli e mostratosi più volte sordo ai consigli dei suoi foraggiatori. ‘Unica opzione praticabile – suggerisce una fonte diplomatica – sarebbe coinvolgere la Francia, cui Haftar deve molto, compreso l’avergli salvato la vita quando era stato colpito da un grave ictus’. E anche in questo caso Roma dovrebbe pagare un prezzo altissimo – rimarca Scavo-. Oltre alle annose partite per l’assegnazione delle esplorazioni petrolifere e lo sfruttamento dei giacimenti, che in Cirenaica hanno visto le società francesi surclassare quelle italiane, Khalifa Haftar ha l’occasione per una ripicca. Un anno fa Federpesca stipulò un accordo con i fedelissimi del generale. La trattativa venne a lungo tenuta riservata; si trattava di un accordo privato, di durata quinquennale ‘tra Federpesca e la Libyan Investment Authority’, si leggeva in una delle scarne comunicazioni ufficiali. Il patto era più simile a un dazio mafioso. Veniva consentito a una flottiglia di 10 motopesca di gettare le reti nelle acque reclamate dai libici, in cambio di una 'tassa' da diecimila euro al mese per peschereccio e a 1,5 euro per ogni chilo di pescato, pesato però a Malta. In cambio, gli armatori siciliani avrebbero potuto rifornirsi rifornirsi di carburante in Libia, a un prezzo più basso così da compensare il 'pizzo' mensile. Ogni passaggio di denaro sarebbe dovuto avvenire attraverso società di intermediazione maltese che avrebbero incassato il denaro per conto di Haftar. Dopo i primi viaggi dei pescherecci siciliani la protesta del governo di Tripoli, riconosciuto dall’Italia che invece disconosce le autorità di Bengasi, costrinse Roma a far retrocedere Federpesca dall’intesa. Oggi Haftar ha l’occasione per la rivincita su Roma. Sul piatto c’è anche l’operazione navale internazionale Irini, a guida italiana, che nelle ultime settimane più volte ha ostacolato la consegna di armi da guerra alle milizie della Cirenaica. A pagare il prezzo sono i 18 marittimi e le loro famiglie, che da giorni non riescono neanche ad avere contatti telefonici con la prigione in cui sono rinchiusi”.

Una fonte libica ha detto all’agenzia Nova che “i funzionari degli Emirati hanno effettuato una lunga telefonata con uno dei leader dell'Esercito nazionale per coordinare i dettagli del negoziato e per discutere le modalità per liberare i detenuti di ciascuna parte con soddisfazione di ambo le parti”. La telefonata, ha aggiunto la fonte, ha avuto luogo “in un clima positivo che fa sperare in una possibile svolta nella crisi”.
 Vicolo cieco

Che l’Italia possa liberare quattro criminali condannati per la “strage di Ferragosto” è fuori discussione. E allora? Le bocche sono cucite, a Palazzo Chigi come alla Farnesina, alla Difesa come al Viminale, tuttavia a forza di insistere qualcosa trapela. E Globalist ha raccolto queste voci. Il presidente del Consiglio e il titolare della Farnesina hanno investito della vicenda i Paesi che più sostengono il generale Haftar: Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, chiedendo loro di premere sul loro “protetto” per arrivare alla liberazione dei nostri connazionali. Qualcosa si è mosso, dicono a Globalist fonti autorevoli, i nostri servizi sono impegnati h24, ma “qualcosa bisognerà concedere ad Haftar”. Un riconoscimento politico, ad esempio, del ruolo importante che il generale di Bengasi ha nel processo di stabilizzazione della Libia. Su questo, Roma non ha problemi. Ma da solo quel riconoscimento non può bastare. Ecco allora spuntare la pista dei soldi, di un riscatto da pagare per la liberazione degli ostaggi.

  D’altro canto, fa notare la fonte, in altre circostanze l’Italia si è comportata così per ottenere la liberazione di nostri connazionali. Ufficialmente questi pagamenti sono sempre stati negati, ma ci sono stati, questo è sicuro.

Armi ad Haftar

Haftar ricatta l’Italia, forte del sostegno militare degli Emirati Arabi Uniti.  Secondo un rapporto riservato delle Nazioni Unite, nel 2020 gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato il loro rifornimento di armi al maresciallo libico, che è a capo delle milizie legate al governo della Libia orientale. A riportare la notizia è il Wall Street Journal, che scrive che gli EAU avrebbero rifornito di armi Haftar, violando gli embarghi internazionali, per ostacolare l’influenza della Turchia nell’area. Tra gennaio e aprile di quest’anno l’aeronautica militare degli Emirati avrebbe inviato circa 150 forniture di munizioni e di sistemi di difesa. Decine di voli di rifornimento, tramite un aereo da trasporto militare C-17 di fabbricazione statunitense, sono continuati durante l’estate, anche dopo le sconfitte di Haftar durante l’offensiva contro Tripoli. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero utilizzato anche navi per rifornire di carburante l’aviazione militare sotto il controllo di Haftar.

E allora se non è solo questione di soldi, e ancor meno di armi, e se lo scambio con i quattro scafisti condannati in via definitiva a 30 anni di carcere, non è ricevibile, come uscire fuori da questo vicolo cieco?

Scrive Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera che la Libia conosce come le sue tasche: “Haftar replica a muso duro. Si rilancia come garante della sovranità libica. E guadagna facili consensi tra la sua gente pretendendo (anche se ancora non c’è alcun passo formale) che l’Italia rilasci 4 giovani calciatori libici, condannati nel 2016 a 30 anni di carcere con l’accusa di lavorare per gli scafisti e di aver causato l’annegamento di 48 migranti. L’opinione pubblica libica li considera però vittime innocenti del risentimento dei migranti...Non è affatto un caso che Haftar abbia mandato i suoi guardiacoste a bloccare gli italiani soltanto poche ore dopo l’incontro tra Luigi Di Maio e Aguila Saleh. Era la prima volta che un ministro degli Esteri italiano andava a parlare con il presidente della Camera dei Rappresentanti a Tobruk (di fatto il parlamento della Cirenaica) ignorando Haftar. Presto Saleh potrebbe diventare capo del prossimo governo unificato. Così, l’odissea dei marinai s’ingolfa nei meandri della politica interna libica. Un puzzle levantino, davvero complicato”

Haftar vorrebbe dunque liberare i 18 pescatori in cambio della scarcerazione di quattro scafisti libici, condannati a 30 anni di carcere in Italia per la morte di 49 migranti. Richieste che il ministro per Rapporti col parlamento Federico D’Incà, nel corso del question time alla Camera tenuto ieri, ha definito “né confermate né in alcun modo formalizzate”. Né confermate, ci sarebbe da eccepire, né in alcun modo formalizzate, può essere, ma certamente neanche smentite, come dimostra, sia pur indirettamente, il ministro D’Incà.

Doppiogioco

Sullo scenario libico, confidano fonti diplomatiche, l’Italia ha sottovalutato l’importanza di stabilire un rapporto forte con i paesi del Golfo, relegati in un ruolo di secondo piano nella fallimentare Conferenza di Palermo del novembre scorso. Non scegliere in politica è un errore esiziale. In politica estera ancor di più. Il verbo “includere”, abusato da Conte e da Di Maio , non regge quando si è chiamati, costretti, a scegliere. In Libia non si può essere con al-Sisi e con Erdogan, e quando era chiaro a tutti, meno che a Roma forse, che al-Sarraj non aveva lo spessore politico, e soprattutto i fondamentali legami con le tribù che più contano nella stessa Tripolitania, Roma, confidano a Globalist fonti diplomatiche addentro al dossier libico, avrebbe dovuto lavorare per cercare un’alternativa più credibile tra le forze (Misurata) che ancora sostengono il Gna. Oggi, col “cerchiobottismo” elevato ad azione diplomatica, l’Italia rischia di essere messa definitivamente ai margini degli eventi che segneranno il futuro della Libia..

In questa terra di nessuno chiamata Libia, parlare di una tregua capace di reggere è inseguire un’illusione. Perché l’unica tregua che può davvero reggere è quella che si basa sulla ripartizione condivisa (da capi milizie, capi tribù, parte dei quali eterodiretti dall’esterno) dei proventi petroliferi. Pensare che una soluzione possa venire da un compromesso (quale poi) tra al-Sarraj e l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, è un esercizio diplomatico destinato a fallire sul nascere.

Per resistere al golpe orchestrato da Haftar, Sarraj ha dovuto  pagare pegno alle milizie rimastegli fedeli, le quali hanno guadagnato nel tempo molto potere sull’esecutivo di Sarraj, diventato col tempo sempre più debole. Secondo gli analisti, in cambio della difesa del governo sostenuto dall’Onu, i miliziani fedeli avrebbero ottenuto risorse sempre maggiori, a cui ora anche le altre milizie, quelle finora escluse, puntano con forza. E Sarraj non è riuscito a smobilitare le forze irregolari e a integrarle nel suo sistema di difesa e in un apparato di sicurezza, suscitando la reazione delle altre milizie che si sono coalizzate nel corso degli ultimi mesi e ora – con la scusa di ribaltare un sistema corrotto che “affama i libici” – pretendono “una fetta della torta”, in particolare derivanti dai pozzi petroliferi.

Chiedere a Di Maio di districarsi in questo ginepraio (armato) è pretendere troppo. Ma inventarsi una politica estera che non sia quella col cappello in mano, non è poi una mission impossible, anche se immaginare Giggino nei panni di Tom Cruise...