Sergio Endrigo, che cantava l'amore senza nominarlo

In Endrigo non troverete mai la rima più ovvia, cioè quella con amore, parola che lui usava pochissimo. Lui trovava altre rime.

Sergio Endrigo

Sergio Endrigo

I cantautori negli anni Sessanta non snobbarono il Festival di Sanremo anzi vi parteciparono con impegno e con risultati molto deludenti, un po’ tutti, a partire dal “decano” Gino Paoli, ma anche Battisti e Lucio Dalla e infine la partecipazione di Tenco, che il pubblico e la giuria rifiutarono. Quel tragico anno di Tenco era il 1967, vinto da Claudio Villa e Iva Zanicchi con una canzone lontana le mille miglia non solo da Tenco ma da tutto quello che i cantautori stanno portando nella canzone italiana.

Nel 1968, il Festival è preso da una sorta di rimorso e mette in piedi forse la migliore edizione dei primi trent’anni. E, ovviamente, vince un cantautore che si chiama Sergio Endrigo.

Dal 1966 la sua popolarità e le sue canzoni lo portano al Festival di Sanremo dove si classifica secondo con Adesso sì. Nel 1967, l’anno del suicidio di Tenco, è sesto con Dove credi di andare ma nel 1968 – il mitico ’68 - riesce finalmente a fare centro con Canzone per te, cantata in coppia con il brasiliano Roberto Carlos. Qualcuno dirà che la canzone è sì bella, ma che la vittoria è giunta anche grazie ad una sorta di risarcimento del Festival verso Luigi Tenco e la categoria dei cantautori. Sergio Endrigo non accetta questo teorema e con ragione: Sanremo non ha mai risarcito nessuno e quanto all’amore, su quel palcoscenico, vi ha sempre trionfato. E quella di Endrigo è una canzone d’amore, intrisa di tristezza per un abbandono, ma compensato dalla lucida consapevolezza che ciò che ha legato i due protagonisti non potrà mai essere cancellato.

Per trent’anni, Endrigo è stato, con Gino Paoli, Fabrizio De André, Giorgio Gaber e Luigi Tenco, uno dei nostri più ispirati e creativi cantautori. Non a caso fece parte di quella ristretta schiera di personaggi che si rivelarono a Milano, alla fine degli anni Cinquanta, attorno alla scuderia di Nanni Ricordi, l’erede della famosa casa editrice che aveva in catalogo la musica di Verdi, Puccini e di quasi tutto il grande melodramma italiano.

Nonostante il successo, Endrigo era un personaggio schivo, eppure estremamente popolare, e non solo in Italia, poiché in molti paesi d’Europa, in America del Sud e su su fino a Cuba, le sue esibizioni sono sempre state richieste a furor di popolo e a furor di popolo accolte. Un personaggio che ha cantato l’amore, con accenti chiari e sinceri, ma anche le contraddizioni della società, con un occhio alla gente che subisce e che spera in un domani migliore, anche se - come lui cantava - «la speranza è un fiore che frutti non ne dà». E ben lo sapeva, Endrigo, che la speranza da sola non gli sarebbe bastata e che il primo pane avrebbe avuto un sapore amaro per lui ragazzo profugo, che insieme a tanti italiani dovette lasciare Pola, la città dove era nato e che per lui era diventata straniera.

Quanto ai versi con cui può far rima, il campionario è talmente esteso da non essere indagabile. Però sappiamo quali sono le rime più usate dai nostri parolieri, quelli delle canzoni di una volta: amore e cuore, amore e dolore e mai mai, per esempio, amore e stupore, amore e furore, amore e fragore, tanto per dire le possibili varianti. In Endrigo non troverete mai la rima più ovvia, cioè quella con amore, parola che lui usava pochissimo. Lui trovava altre rime. Scrisse Gaio Fratini che Endrigo ricorreva piuttosto a rime insolite come «sorriso-viso», «fiore-cuore», le stesse - diceva - che incantarono Umberto Saba, le più difficili rime del mondo.

Usandole, queste rime, al momento essenziale, si può essere sublimi o rischiare il fondo della banalità. Il problema di Endrigo – proseguiva Fratini - è proprio qui: egli compone sul filo del rasoio, tra il sublime e il banale che è in fondo l’umile quanto impervio sentiero per giungere alla poesia.

Anche grazie a Endrigo, la canzone italiana in quegli anni è cambiata quasi totalmente. Il suo sforzo è quello di associare ai suoi testi ricercati e preziosi una musica ugualmente preziosa ma popolare, alternando parti più ricercate ad altre con echi più semplici, più fruibili, stando alla larga da inutili intellettualismi. Si potrebbe dire che Endrigo ha trovato la quadratura del cerchio: pur non lasciandosi mai cadere nel banale, egli cerca la semplicità, prestando contemporaneamente orecchio alla grande tradizione melodica e lirica del nostro paese.

Come Tenco, De André e Gaber, Sergio Endrigo non esita ad affrontare le tematiche sociali: anche perché egli sa che quelle che si cantano e che comunicano col pubblico, non sono solo canzonette. Ma non tralascia di cantare quel delicato rapporto tra persone che è costituito dall’amore. Perché – dice a chi gli è vicino – la gente da me vuole canzoni che ne parlino. E lui continua a scriverne di bellissime, come Aria di neve, Era d’estate, Mani bucate, Se le cose stanno così, Teresa. Dopo Pasolini, si accosta ad altri poeti, che sente vicini alla propria ispirazione: lo spagnolo Rafael Alberti, il cubano José Marti, il brasiliano Vinicius De Moraes. Quest’ultimo, che è stato come Neruda anche ambasciatore, è l’autore delle canzoni di Orfeo negro e de La ragazza di Ipanema, tra le altre. Un grande personaggio, De Moraes, che viene tradotto in Italia nientemeno che da Ungaretti. Tutti questi personaggi, con l’aggiunta di Sergio Bardotti e Luis Enriquez Bacalov, vanno a comporre un quadro creativo dal quale discendono canzoni di profondo respiro. Poi c’è un altro incontro fondamentale, quello con Gianni Rodari, l’autore di tante favole e filastrocche e romanzi per ragazzi. Rodari concepisce il rapporto con i bambini in modo completamente nuovo: insegnare loro com’è fatto il mondo, renderli consapevoli – attraverso il divertimento - che ogni cosa ha sempre un risvolto che bisogna saper cogliere.